IL PIACERE DI AVERE UNO FRANCO
articolo del 31/8/2008
Quel sottile confine tra le storie del calcio professionistico e quello di base portano delle vicende apparentemente lontane tra di loro a essere molto più vicino dell’umano pensare. Accade sulla Via Aurelia dove il V.I.P. ma non personaggio a tutti i costi di questo nostro scritto non si è fatto mancare nulla. Sarebbe un uomo qualunque, se raccontasse sul treno che ha partecipato a sedute, riunioni, allenamenti di Ladispoli, Torrimpietra e Maccarese. Ma in realtà la forza di questa persona è collocabile in tanti piccole e grandi frammenti di calcio. E lui, Francesco Scaratti, per gli amici Franco, il calcio lo ha fatto davvero, e ad alti livelli. Lo ha percorso in lungo e largo. Senza riferimenti all’attività giovanile Scaratti ha iniziato il suo lungo cammino a Siena nella stagione 1959/60 per poi approdare a Ferrara, nella grande Spal, quella delle grandi folle. A Roma ci viene subito ma non per la platea più importanti bensì per quella Tevere Roma che ci ricordano quelli di almeno due generazioni precedenti, e non quella della Quarta Serie ma della C unica. Tre stagioni di grande maturazione come atleta. Poi il Mantova e tre anni intensi a Verona. A Roma ci torna nell’estate del 1967 per cominciare un percorso davvero fuori dal comune, un rapporto di amore e rispetto che durerà fino al 1994, ben 27 anni! Andando con ordine Franco Scaratti, schietto e sincero, dotato di grande educazione e di capacità di analisi del gioco del calcio come pochi ne hanno, inizia la strada giallo-rossa che vivrà con tre signori della panchina: parte con Oronzo Pugliese, passa al fantasioso H.H. (Helenio Herrera), conclude da giocatore con Nils Liedholm. Scusate se è poco. “Il primo era così dotato di estro?”. “Sì – inizia a pensare a Pugliese con una risata nascosta per poco – ed è stato un grande elemento sia sul piano tecnico che nello sprono, nella motivazione da dare ai suoi giocatori. Sembrava che certe cose passassero senza commento ma non gli sfuggiva, in pratica, nulla. Al secondo non si poteva dire nulla perché era forte e di grande determinazione. Veniva dall’esperienza all’Inter: volevo vedere, tra i miei compagni, quale osasse profferire dubbi. Il terzo era stato un grande atleta, un signore dentro e fuori il campo; uno che aveva segnato al Brasile e che cominciava a costruirsi il bel personaggio che tutti abbiamo stimato e a cui volevamo bene”. Prima di addentrarci nel discorso odierno da ricordare una bella frase spesa nei confronti di un suo collega troppo in fretta dimenticato dal campionato di Eccellenza e (forse) dalla sua stessa Roma, Orlando Di Nitto, l’uomo della Provvidenza nella storia del Villalba Ocres Moca, con Renato Scrocca (presidente): “E’ sempre stato uno bravo, e coi giovani ci ha sempre saputo fare. Qualche giocatore, poi, lo abbiamo lavorato insieme, perché vicino Ponte Marconi c’era la Casa della ROMA e lui spesso si andava a vedere i nostri giovanissimi e allievi in compagnia del presidente Anzalone”. Massimiliano Cannalire massimilianocannalire@calciolaziale.com L'articolo completo lo trovate sul prossimo numero de "L'inserto" di Calciolaziale.com e Sport-max.it in uscita martedì e scaricabile dal sito.